Quel giorno, stanco, esasperato dal silenzio che c’era dentro di me da troppo tempo, mi ero scagliato con forza verso la musica, come chi, dopo aver bussato invano a una porta, decida, per disperazione ,di abbatterla con una spallata. Mi ero infervorato di un Capriccio di Paganini che conoscevo a memoria, e tale era l’impeto con cui affrontai quel pezzo che solo dopo un po’ ebbi la sensazione di essere solo. Non udivo più nulla intorno a me, ogni strepito si era spento improvvisamente, ero io l’unico a suonare. Anzi, mi sembrava che le mie note si specchiassero in un’eco lontana.
Dopo un po’ mi accorsi che la mia non era un’illusione, che in realtà tutti gli altri avevano smesso di suonare per starmi ad ascoltare, o meglio, per starci ad ascoltare.
Sì, perché qualcuno, in una delle celle contigue, stava eseguendo, all’unisono, il mio stesso brano. E quando mi arrestai, un po’ sorpreso da tutto quel silenzio che mi circondava, quell’echeggiare non si spense subito, continuò ancora per qualche battuta. Poi il silenzio fu quasi assoluto. Qualcuno stava in ascolto per capire se il suo segnale era stato raccolto. Ripresi a suonare dal punto in cui mi ero fermato. Era la mia risposta. Ed ecco subito altre note replicarsi sulle mie, rifacendomi il verso. Ma fu cosa breve..
Fu questo solo un primo segnale, il quale non bastò tuttavia a farci riconoscere. Eravamo solo due voci che si cercavano.
Ma di lì a pochi giorni, mentre mi recavo alla consueta lezione pomeridiana, passando lungo il corridoio udii dietro una porta qualcuno che si stava esercitando furiosamente, al battito di un Maelzel puntato al massimo. Aprii quell’uscio senza alcuna esitazione, senza neppure pensare alle conseguenze disastrose che la mia irruzione avrebbe potuto avere. Per fortuna il ragazzo era solo. Non si era accorto della mia presenza e continuava a suonare.
Per un istante mi sentii gelare. Quel ragazzo mi assomigliava, aveva sicuramente la mia età, la stessa corporatura, le stesse mani, ma aveva soprattutto quella espressione rapita che mi sentivo dipinta sul volto mentre suonavo.
Credetti di vedere me stesso, come se quella stanza fosse una vasta superficie specchiante che mi rimandava la mia stessa immagine. E colsi in lui la replica complementare, la controfigura di pura emozione, il suggeritore misconosciuto che di tanto in tanto rivendica i propri diritti sulla pallida maschera che si agita sulla scena.
Vidi me stesso, dunque, e la vita che stavo passando crocifisso al mio violino.
[Canone Inverso, Paolo Maurensig]


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