giovedì 24 settembre 2009

'a canzuncella (a volte ritorni)

Che mm'e 'mparate a fa, che mm'e 'mparate a fa
Si doppo tantu tempo, te si scurdata 'e me,
e quanno me guardave, e ie pure te guardave
cull' uocchie me guardavo tutt' e mosse ca faciv'

Si 'nnammurate 'e me ma sienteme, chi t'o fa fà
E torna 'n'ata vota 'mbraccio a chillu llà,
Si 'nnammurate 'e me ma sienteme, nun ce pensa'
E torna 'n'ata vota addu chillu llà

Che t'aggio ditto a fa, che t'aggio ditto a fa
Pruvamme 'n'ata vota, pe n' ora po' bastà
Pe te sentì e parlà, pe te dicere ca po',
nun m'aspettavo niente a' te cchiu e chell' ca si stat'

Si 'nnammurate 'e me ma sienteme, chi t'o fa fà
E torna 'n'ata vota 'mbraccio a chillu llà,
Si 'nnammurate 'e me ma sienteme, nun ce pensa'
E torna 'n'ata vota addu chillu llà

Te si spugliata cca', te si spugliata cca'
Si bell' e nun ho saccio, comme faccio a te guardà
Te voglio bene ancora, ma se dice po' pe' ddi
E intanto t'accuntent' cu chesta canzuncella

Si 'nnammurate 'e me ma sienteme, chi t'o fa fà
E torna 'n'ata vota 'mbraccio a chillu llà,
Si 'nnammurate 'e me ma sienteme, nun ce pensa'
E torna 'n'ata vota addu chillu llà

(p.morelli; alunni del sole)

giovedì 7 maggio 2009

La Vespa nuova (a colpi di blog)

Caro amico,

nottetempo sono venuta da te e ti ho sottratto la Vespa nuova, quella che mi avevi mostrato orgoglioso.

L'ho riverniciata, ho applicato dei lustrini, meravigliosi e luccicanti, ho cambiato le ruote, ho fatto il pieno.

Adesso sì che gira a meraviglia, i meccanismi sono perfetti, nessun rumorino strano a interrompere la fluidità del ritmo.

Ora è nel mio garage, mi appartiene.

Se vorrai, in nome della nostra amicizia, di tanto in tanto te la lascerò guidare.

Proprio come se fosse tua.


 

No, non ti arrabbiare.. non esser capriccioso.. come al solito non hai capito.

La vuoi indietro?

Va bene, eccola, te la sto porgendo, te l'ho restituita.

Ora è tutto al suo posto.

Non lo faccio più, te lo prometto.

Eppure, sono convinta, non mi inviterai più, mai più volentieri, a dare un'occhiata alla Vespa nuova.

martedì 24 febbraio 2009

voglio, non devo.

devo.

devo è qualcosa di imposto,da me piuttosto che da qualcun'altro, e le imposizioni, per quanto utili e vantaggiose, creano insofferenza e voglia di liberarsene.

voglio.

voglio perché era davvero piacevole avere l'incoraggiamento di chi mi vedeva cambiare, settimana dopo settimana, era bello potermi guardare con una punta di orgoglio; sorridere anche un po' imbarazzata, quando qualcuno esagerava..

ma soprattutto, mi piaceva che tu mi facessi arrossire, con la mano sulla mia nuca, tra i miei capelli mentre mi accarezzavi il viso.

mi piaceva sapere che sorridevi mentre ti chiedevo di comportarti bene con me.

ed era dolce voltarmi  e sorprenderti a guardarmi, mentre dicevi "sei bella".

e allora voglio,di nuovo. perché mi piace sapere che ti piaccio. mi va di sapere, ancora, che mi guardi.

lunedì 19 gennaio 2009

Calling home

e manco a farlo apposta dal cd di Fabrizio escono fuori le note di Se ti tagliassero a pezzetti.. che destino infame, rido, da sola, alzo il volume finché è sopportabile, e canto, con il finestrino aperto.

e poi penso che non è così male, se le persone non escono dalla mia vita, anche se lasciano un po' di disordine e qualche coccio che dovrò riattaccare. è pur sempre un segno del loro passaggio. e quando hai riordinato tutto, ti è rimasta l'aria nuova che hanno portato.

lunedì 12 gennaio 2009

Cent’anni di solitudine.

Tutto faceva pensare che Amaranta si orientava verso una felicità senza inciampi. Ma, al contrario di Rebeca, lei non manifestava la benché minima ansietà. Con la stessa pazienza con la quale imbarocchiva tovaglie e tesseva gioielli di passamaneria e ricamava pavoni a punto in croce, attese che Pietro Crespi non sopportasse più le sollecitazioni del cuore.

La sua ora giunse con le piogge nefaste di ottobre. Pietro Crespi le tolse dal grembo il cestino da lavoro e le strinse la mano tra le sue. "Non sopporto più questa attesa," le disse. "Ci sposiamo il mese prossimo." Amaranta non tremò al contatto delle sue mani di ghiaccio.

Ritirò la sua, come un animaletto scivoloso, e tornò al suo lavoro.

"Non essere ingenuo, Crespi," sorrise, "neanche morta mi sposerò con te."

Pietro Crespi perse il controllo di sé stesso. Pianse senza pudore, rompendosi quasi le dita dalla disperazione, ma non riuscì a intenerirla.

"Non perdere il tuo tempo," fu tutto quanto disse Amaranta. "Se davvero mi ami così tanto, non mettere più piede in questa casa."

Ursula credette di impazzire per la vergogna. Pietro Crespi esaurì le risorse della preghiera. Arrivò a incredibili estremi di umiliazione. Pianse per tutto un pomeriggio nel grembo di Ursula, che avrebbe venduto l'anima per consolarlo.

In notti di pioggia lo si vide vagare intorno alla casa con un ombrello di seta, cercando di sorprendere una luce nella stanza da letto di Amaranta.

Non fu mai vestito così bene come in quel periodo.

La sua augusta testa di imperatore tormentato acquistò una strana aria di grandezza. Infastidì le amiche di Amaranta, quelle che andavano a ricamare sotto il portico, perché cercassero di persuaderla.

Non curò più gli affari. Passava la giornata nel retrobottega, a scrivere letterine scombinate, che faceva arrivare ad Amaranta con membrane di petali e farfalle disseccate, e che lei restituiva senza aprirle.

Si chiudeva per ore e ore a suonare la citara. Una notte cantò.

Macondo si svegliò in una specie di stupore, angelizzata da una citara che non meritava di essere di questo mondo e da una voce tale da non potersene concepire un'altra sulla terra con tanto amore. Pietro Crespi vide allora la luce in tutte le finestre del villaggio, meno che in quella di Amaranta.

Il due di novembre, giorno di tutti i morti, suo fratello aprì il magazzino e trovò tutte le lampade accese e tutte le scatole musicali aperte e tutti gli orologi impastoiati in un'ora interminabile, e in mezzo a quel concerto stravagante trovò Pietro Crespi seduto allo scrittoio del retrobottega, con i polsi tagliati col rasoio e le due mani tuffate in una catinella di benzoino.

Ursula dispose che lo si vegliasse in casa. Padre Nicanor si opponeva agli uffici religiosi e alla sepoltura in terra benedetta. Ursula gli fece fronte. "In qualche modo che né lei né io possiamo capire, quell'uomo era un santo," disse. "E perciò lo seppellirò, contro la sua volontà, vicino alla tomba di Melquíades."

Lo fece, spalleggiata da tutto il villaggio, con funerali magnifici.

Amaranta non uscì dalla sua stanza. Sentì dal suo letto il pianto di Ursula, i passi e il mormorio della folla che invase la casa, gli ululati delle prefiche, e poi un profondo silenzio odoroso di fiori calpestati.

Per parecchio tempo continuò a sentire l'alito di lavanda di Pietro Crespi verso sera, ma ebbe la forza di non soccombere al delirio.

Ursula la abbandonò. Non alzò nemmeno gli occhi per impietosirsi di lei, la sera in cui Amaranta entrò nella cucina e mise la mano nelle braci del focolare, finché le fece così male che non sentì più il dolore, ma la pestilenza della sua stessa carne bruciacchiata. Fu una cura da cavalli contro il rimorso.

Per parecchi giorni girò per casa con la mano immersa in una scodella di chiare d'uovo, e quando guarirono le scottature fu come se le chiare d'uovo avessero cicatrizzato anche le ulcere del suo cuore.

L'unica traccia esterna che le lasciò la tragedia fu la benda di garza nera che si mise sulla mano bruciata, e che avrebbe portato fino alla morte.